Progettazione dell'impianto
«Guida alla domotica moderna» di Angelo Pugliese, redatta con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale. Ultimo aggiornamento di questa pagina: .
La parte che trasforma un insieme di dispositivi in un impianto che regge negli anni. È anche quella che manca quasi sempre nelle guide.
Nelle guide sulla domotica si trova moltissimo su cosa comprare e quasi nulla su come mettere insieme le cose. È un peccato, perché è questa seconda parte a decidere se fra cinque anni l'impianto sarà ancora usato oppure sarà diventato un insieme di dispositivi scollegati che nessuno tocca più. Quello che segue non richiede di essere elettricisti: serve a sapere quali domande fare a chi i lavori li esegue.
Casa nuova o casa già abitata: due mondi diversi
In una costruzione nuova, o in una ristrutturazione con le tracce ancora aperte, aggiungere un cavo costa pochissimo: è già presente la manodopera, il muro è già scoperto. Aggiungerlo dopo costa invece quanto rifare la stanza. Da qui una conseguenza netta: nella fase in cui i muri sono aperti conviene abbondare, anche su cose che oggi sembrano inutili. In particolare un cavo di comando in ogni locale, un cavo di rete verso ogni punto dove potrebbe un giorno servire un pannello, una telecamera o un apparecchio fisso, e spazio in abbondanza nel quadro elettrico. Nessuno si è mai pentito di aver messo un cavo in più; il contrario succede spesso.
In una casa già abitata il vincolo è rovesciato: i muri non si toccano, e quindi si lavora con moduli nascosti dietro gli interruttori esistenti e con dispositivi radio. La voce di costo dominante non è il materiale ma il tempo di chi lavora — smontare, cablare e rimontare ogni punto luce richiede più tempo di quanto si immagini, e va messo in conto prima, non scoperto in corso d'opera.
Il quadro elettrico
Il quadro è quel pannello, di solito in un corridoio o in un ripostiglio, dove stanno gli interruttori automatici e il salvavita. Dentro c'è una guida metallica orizzontale — la guida DIN — su cui i componenti si agganciano affiancati. Lo spazio si misura in moduli: un modulo è la larghezza di un interruttore automatico piccolo, circa 17,5 millimetri. Quando un tecnico dice «servono sei moduli», sta dicendo quanto posto occuperà in quella fila.
- Lasciare moduli liberi. Gli impianti crescono sempre, e un quadro pieno significa dover cambiare il quadro per aggiungere un relè. Prevederne più del necessario è la spesa più conveniente dell'intero impianto.
- Alimentazioni separate. La centralina, il bus e gli apparati di rete non dovrebbero condividere la protezione con le prese di servizio: altrimenti un ferro da stiro che fa saltare il salvavita porta giù anche tutto l'impianto.
- Un gruppo di continuità per centralina, router e apparati di rete. È quella scatola con una batteria dentro che tiene acceso il necessario per qualche decina di minuti quando manca la corrente. Senza, un micro-blackout di due secondi spegne l'unità di controllo dell'impianto e le telecamere proprio nel momento in cui potrebbero servire.
- Etichettare tutto. Sembra pedanteria finché non capita di dover intervenire d'urgenza in casa d'altri, o di ritrovarsi davanti al proprio quadro tre anni dopo senza ricordare più nulla.
Dimensionare la rete
Il Wi-Fi di casa regge molti più dispositivi di quanto si creda, ma soffre in modo specifico con gli apparecchi economici che si scollegano e riconnettono di continuo: ognuno di quei tentativi occupa la rete per tutti. Dove è possibile, quindi, conviene spostare i sensori su una radio pensata per loro — Zigbee o Thread — e lasciare il Wi-Fi a chi ha davvero bisogno di banda, come le telecamere e i pannelli.
Per le telecamere, quando il cavo si può passare, la scelta naturale è l'alimentazione PoE (Power over Ethernet): un solo cavo di rete porta insieme i dati e la corrente. Risolve tre problemi in un colpo — niente presa elettrica accanto alla telecamera, collegamento molto più affidabile del Wi-Fi, e possibilità di riavviare l'apparecchio da remoto togliendo e ridando corrente dallo switch.
Il backup, cioè la parte che tutti rimandano
La configurazione di una centralina domotica è il risultato di mesi di piccoli aggiustamenti: nomi, stanze, soglie, orari, eccezioni. Non è ricostruibile a memoria, e non è ricostruibile nemmeno consultando le fatture d'acquisto. Va trattata per quello che è: un dato di valore, esattamente come l'archivio contabile di uno studio.
Il che significa tre cose insieme, e nessuna delle tre da sola basta: un backup automatico, perché quello manuale si smette di fare dopo due settimane; una copia fuori casa, perché un backup che sta sullo stesso scaffale della centralina non protegge da furto, incendio o allagamento; e almeno una prova di ripristino fatta davvero. Quest'ultimo punto è quello che si salta sempre, ed è l'unico che dimostri qualcosa: un backup mai ripristinato non è un backup, è una speranza.
Quando qualcosa non funziona: dove cercare
Prima o poi un dispositivo smette di rispondere, o risponde a intermittenza. La reazione istintiva è sostituirlo, ed è quasi sempre la mossa sbagliata: nella maggioranza dei casi il dispositivo è sano e il problema sta sotto di lui.
Gli strati descritti in Architettura non servono solo a capire com'è fatto l'impianto: servono a cercare i guasti in ordine. La regola è partire dal basso e salire, perché un problema in uno strato si manifesta come un guasto in quelli sopra.
- 1 · Il dispositivo. Ha ancora batteria? Il led lampeggia quando lo si sollecita? Se è alimentato, quella presa è viva?
- 2 · La rete radio. È lo strato che guasta più spesso e quello che si sospetta per ultimo. Il dispositivo è troppo lontano dal ripetitore più vicino? Fra i due è comparso qualcosa di nuovo — un frigorifero, una libreria piena, uno specchio?
- 3 · Il ponte. La chiavetta è ancora riconosciuta? È stata spostata accanto a un disco esterno o a una porta USB 3? È il punto singolo attraverso cui passa tutto: se cede, sembrano guasti insieme venti dispositivi.
- 4 · La centralina. È stata aggiornata di recente? Il disco è pieno? Un aggiornamento può cambiare il comportamento di un'integrazione senza toccare nulla d'altro.
- 5 · Le interfacce. Il comando non arriva o arriva e non fa nulla? Provare dal pulsante fisico distingue subito un problema dell'app da un problema dell'impianto.
- 6 · I servizi remoti. Se non funziona solo da fuori casa, il guasto è qui e in casa non c'è nulla da riparare.
Il valore di quest'ordine è che ogni passo esclude qualcosa. Sostituire il dispositivo per primo invece non esclude niente: se il problema era nella rete, il dispositivo nuovo darà lo stesso identico sintomo, e si sarà speso denaro per non aver imparato nulla.
Due domande che risolvono più guasti di qualunque strumento diagnostico. Che cosa è cambiato? — quasi nessun impianto si guasta da solo: è cambiato un aggiornamento, una posizione, un mobile, una password del Wi-Fi. Quanti dispositivi sono coinvolti? — se è uno solo il problema è in alto, verso il dispositivo; se sono molti è in basso, verso ponte o rete.
Vale infine la pena tenere una traccia scritta degli interventi: cosa si è cambiato e quando. Sembra pedanteria finché non capita di inseguire per una settimana un guasto comparso il giorno di un aggiornamento che nessuno ricordava di aver fatto.
Vivere con l'impianto negli anni
Le piattaforme aperte pubblicano aggiornamenti molto di frequente — nel caso più diffuso, uno al mese. È un bene, perché il progetto è vivo, ma comporta che ogni tanto un aggiornamento cambi qualcosa e rompa un'automazione che funzionava.
La strategia sostenibile non è rifiutare gli aggiornamenti, che lascerebbe l'impianto con le falle di sicurezza aperte; è aggiornare con qualche giorno di ritardo, dopo aver dato un'occhiata alle note di rilascio e dopo che eventuali problemi gravi sono già stati segnalati da altri. E, per esperienza, mai la sera prima di partire.