Fondamenti

«Guida alla domotica moderna» di Angelo Pugliese, redatta con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale. Ultimo aggiornamento di questa pagina: .

Il vocabolario minimo, spiegato senza darlo per scontato, e le tre domande da porsi prima di comprare qualsiasi cosa.

Cominciamo da un equivoco molto diffuso. Nel linguaggio dei negozi «domotica» significa quasi sempre dispositivi che si comandano dal telefono: la lampadina che si accende dall'app, la presa che si spegne da remoto. Ma un dispositivo comandato dal telefono, di per sé, non fa altro che sostituire un interruttore con un'applicazione. Chi vive in casa deve sbloccare il telefono, cercare l'app, aspettare che si colleghi e premere un pulsante disegnato, per ottenere quello che prima otteneva con un dito al buio. Nella maggior parte dei casi è un passo indietro, e infatti dopo qualche mese quelle app non le apre più nessuno.

Un impianto domotico vero fa una cosa diversa: agisce secondo regole stabilite una volta, che scattano da sole quando si verifica ciò che le fa scattare: una misura, un orario, il cambio di stato di un altro dispositivo, un dato che arriva da fuori. E vale anche quando il comando lo dà una persona: premere un pulsante non accende una lampadina, mette la stanza in una certa condizione — luci a una certa intensità, tapparella a una certa altezza — diversa la sera e il pomeriggio. La luce del corridoio si accende quando ci si passa, ma di notte al dieci per cento, per non accecare. La tapparella della camera scende quando il sole batte e la temperatura interna sale. Il riscaldamento si abbassa se una finestra resta aperta. E l'interruttore a muro continua a funzionare esattamente come prima, per chi non ha voglia di sapere che dietro c'è un impianto.

Tenere ferma questa distinzione è utile perché sposta la domanda. Non «di quale marca prendo le lampadine», ma «che cosa voglio che succeda da solo, e che cosa serve perché succeda».

I tre passaggi di qualsiasi automazione

Per quanto un impianto possa diventare complicato, i passaggi sono sempre e solo tre: qualcosa fa scattare una regola, una logica decide, un attuatore agisce. Vale la pena guardarli da vicino, perché tutto il resto del vocabolario si aggancia a questi.

Una precisazione che evita un equivoco frequente: a monte non c'è per forza un sensore. Le sorgenti si distinguono bene se si guarda da dove arriva il segnale, e sono cinque. Il sensore è la più caratteristica della domotica — è quella che permette alla casa di agire senza che nessuno chieda nulla — ma è una delle cinque, non un passaggio obbligato.

Schema: il sensore misura e riferisce, la logica di controllo decide, l'attuatore agisce

Le sorgenti: che cosa fa scattare una regola

  • Il mondo fisico, misurato da un sensore: movimento, presenza, temperatura, umidità, luce, apertura di una finestra, acqua sul pavimento, consumo elettrico, qualità dell'aria.
  • Le persone: un pulsante, l'interruttore a muro, l'app, un comando vocale, un telecomando. Oppure — senza che nessuno faccia nulla — il telefono di casa che arriva o si allontana.
  • Il tempo: un orario, una data, il giorno della settimana, e gli istanti astronomici come alba e tramonto, che non si misurano ma si calcolano dalla posizione geografica.
  • L'impianto stesso: il cambio di stato di un altro dispositivo. Una luce che si accende, l'aspirapolvere che ha finito, l'allarme che viene inserito, una batteria che scende sotto soglia, un apparecchio che smette di rispondere.
  • Dati che arrivano da fuori: le previsioni meteo, il prezzo orario dell'energia, un'allerta, l'indice di qualità dell'aria della centralina comunale.

La distinzione fra la terza e la quinta è meno ovvia di quanto sembri, e vale la pena tenerla: l'alba è tempo, perché si calcola da latitudine e data e funziona anche a linea caduta; il meteo è un dato esterno, perché arriva da un servizio e senza collegamento non c'è. Un'automazione che dipende dalla prima è robusta, una che dipende dalla seconda va progettata sapendo che può mancare.

Fra le sorgenti, il sensore è quella che rende un impianto capace di reagire da solo. È un componente che rileva e misura una grandezza fisica e la comunica: la temperatura di una stanza, il fatto che una finestra sia aperta o chiusa, il passaggio di una persona, quanta corrente sta consumando la lavatrice, se c'è acqua sul pavimento della lavanderia. Non decide e non agisce: riferisce, e basta. Molti sensori sono dispositivi autonomi a batteria, applicabili con biadesivo dove serve; altri sono già dentro apparecchi che avete (un termostato, un contatore).

Una distinzione che conviene imparare subito, perché è all'origine di molte insoddisfazioni: il sensore di movimento e quello di presenza non sono la stessa cosa. Il primo si accorge di voi mentre camminate; se vi sedete a leggere e restate fermi, per lui la stanza è vuota e la luce si spegne. Il secondo se ne accorge lo stesso, perché usa una tecnologia diversa. Ne riparliamo nella pagina Come scegliere.

Gli attuatori: l'esecuzione

Un attuatore è il componente fisico elettronico che compie materialmente l'azione al posto vostro. Il nome è tecnico, il principio è elementare: nella stragrande maggioranza dei casi al suo interno si trova un relè, un interruttore elettromeccanico il cui contatto non viene chiuso da un dito ma da un elettromagnete che scatta all'arrivo del comando. Dal punto di vista elettrico avviene esattamente ciò che avverrebbe premendo l'interruttore a muro: il circuito si chiude e la luce si accende.

Gli attuatori assumono forme diverse a seconda della collocazione prevista. Il modulo da incasso misura due o tre centimetri di lato e si alloggia dietro l'interruttore esistente, nella scatola già presente nel muro: è la soluzione più diffusa negli interventi su impianti esistenti, perché frutto e placca restano quelli originali. Il modulo da guida DIN è un componente da quadro elettrico, con lo stesso aggancio di un interruttore automatico, e si adotta quando i comandi vengono concentrati nel quadro. Esistono poi attuatori specializzati: la testa termostatica che si avvita al posto della manopola del radiatore e apre o chiude il flusso dell'acqua calda; il motore della tapparella; il dimmer, o regolatore, che non si limita a commutare ma varia con continuità l'intensità luminosa.

La logica di controllo: la decisione

Da una parte ci sono le sorgenti che segnalano, dall'altra gli attuatori che eseguono, ma in mezzo qualcuno deve decidere: se il sensore del corridoio ha visto passare qualcuno, e se sono le tre di notte, allora accendi la luce al dieci per cento e spegnila dopo due minuti. Questa parte si chiama logica, o automazione, ed è il vero cuore dell'impianto.

La domanda decisiva — quella che determina se l'impianto è vostro o del produttore — è dove sta fisicamente questa logica. Può stare in un apparecchio dentro casa, spesso chiamato centralina o hub: un piccolo calcolatore sempre acceso, di ingombro paragonabile a un libro, collegato al router. Può stare dentro il dispositivo stesso, per le funzioni più semplici. Oppure può stare nel cloud del produttore, e qui la parola inglese nasconde una cosa molto concreta: «cloud» vuol dire un computer di quell'azienda, acceso da qualche parte nel mondo. Quando premete un pulsante nell'app, il comando parte dal telefono, attraversa internet fino a quel computer, e da lì torna indietro fino alla lampadina che avete a due metri.

Come è fatta una regola

Fin qui abbiamo detto che la logica «decide». Vale la pena aprire quella parola, perché una regola ha una forma precisa e sempre la stessa, e conoscerla evita gran parte degli errori di chi comincia.

Ogni automazione è composta da tre parti, e la seconda è quella che quasi tutti dimenticano.

  • Lo scatto — l'istante in cui la regola viene presa in considerazione. È una delle cinque sorgenti viste sopra: un sensore che cambia, un orario che arriva, un pulsante premuto.
  • Le condizioni — ciò che deve essere vero in quel momento perché si proceda. Non fanno scattare nulla da sole: filtrano.
  • Le azioni — che cosa fare, in quale ordine, con quali attese fra un passo e l'altro.

La differenza fra scatto e condizione è la fonte di quasi tutte le automazioni che «impazziscono». Prendiamo la regola più comune di tutte, scomposta:

  • Scatto: il sensore del corridoio rileva un passaggio.
  • Condizioni: è dopo il tramonto e la luce del corridoio è spenta.
  • Azioni: accendi al 10% se sono passate le 23, altrimenti al 60%; spegni dopo due minuti senza rilevazioni.

Se si scambiassero i ruoli e si mettesse «è dopo il tramonto» fra gli scatti, la luce si accenderebbe al tramonto anche a casa vuota — perché quell'istante, diventato scatto, farebbe partire la regola da solo. È un errore che sembra sottile sulla carta e in casa è evidentissimo.

La regola pratica: lo scatto è un istante, la condizione è uno stato. «Il sole tramonta» è un istante e può essere uno scatto; «è buio» è uno stato e va fra le condizioni. Se una frase risponde alla domanda «quando?» è uno scatto, se risponde a «solo se?» è una condizione.

Resta un quarto elemento che non compare nell'elenco perché non è una parte della regola ma una sua proprietà: che cosa succede se la regola scatta mentre è già in corso. Qualcuno passa di nuovo nel corridoio mentre il conto dei due minuti sta scorrendo: il conto riparte, oppure la luce si spegne a metà corridoio? Ogni piattaforma lo chiama in modo diverso, ma la domanda è sempre quella, e va posta ogni volta che una regola contiene un'attesa.

Le tre domande da fare prima di comprare

Da quanto sopra discendono tre domande che conviene rivolgere a qualunque dispositivo prima di metterlo nel carrello. Sono poche e sembrano banali, ma quasi nessuna scheda prodotto ci risponde volentieri.

1. Funziona senza internet?

Se la logica sta nel cloud, quando la linea cade il dispositivo diventa un soprammobile. Non è un'ipotesi remota: capita per un guasto, per un temporale, per una manutenzione dell'operatore. Un impianto ben fatto, quando internet non c'è, continua a fare tutto quello che riguarda la casa; perde solo le cose che internet la richiedono davvero, come il comando da fuori o le notifiche sul telefono.

Il caso limite da evitare è che dipendano dal cloud le funzioni essenziali: luci, riscaldamento, serrature. Su quelle, la risposta deve essere no.

2. Funziona senza il produttore?

Le aziende chiudono, vengono comprate, cambiano strategia, oppure semplicemente decidono che un prodotto vecchio non è più conveniente da mantenere. Quando spengono il loro computer, tutto ciò che dipendeva da quel computer smette di funzionare — ed è già successo molte volte, anche a marchi grossi.

La protezione è una sola: preferire dispositivi che parlano un protocollo aperto, cioè un linguaggio pubblicato e non di proprietà di una sola azienda. Un apparecchio del genere, se il produttore sparisce, può essere adottato da un'altra centralina e continua a lavorare. Alla pagina Protocolli si trova quali sono e come si distinguono.

3. Riceve aggiornamenti, e per quanto tempo?

Ogni oggetto connesso è, dentro, un piccolo computer con un suo programma — il firmware. Come tutti i programmi, ha difetti che vengono scoperti dopo, e alcuni di questi difetti sono falle di sicurezza. Se il produttore non pubblica più correzioni, quelle falle restano lì per sempre, su un apparecchio che è attaccato alla rete di casa.

Per questo la durata dichiarata del supporto è un criterio d'acquisto a tutti gli effetti, non un dettaglio da specialisti. Il tema è ripreso più avanti nella pagina Sicurezza e norme, dove si vede anche perché le nuove regole europee stanno rendendo quella dichiarazione obbligatoria.

Impianto cablato o senza fili?

È la prima grande scelta di impianto, e non è una questione di gusti: dipende quasi solo da quanto si può intervenire sui muri.

La soluzione cablata si appoggia a un bus. Immaginate un cavetto — di solito una coppia di fili sottili, separata dalla corrente elettrica vera e propria — che parte dal quadro e passa in ogni punto della casa dove ci sarà un comando o un sensore. Su quel filo tutti i dispositivi si parlano. Il vantaggio è che non c'è nulla che possa disturbarlo, non ci sono batterie da cambiare e dura quanto l'edificio; il costo è che quel filo bisogna posarlo, e posarlo significa aprire le tracce nei muri.

La soluzione senza fili fa viaggiare gli stessi messaggi via radio. Non serve rompere niente, i dispositivi si aggiungono uno alla volta, e si può cambiare idea. In cambio bisogna accettare che qualche apparecchio vada a batteria (che ogni tanto si cambia), che la radio possa essere disturbata, e che la vita media di un dispositivo sia più breve di quella di un impianto a filo.

Nella pratica la regola è semplice: se i muri sono già aperti conviene il cavo, se sono chiusi conviene la radio. E nella maggior parte delle case reali si finisce per usarli entrambi. La questione è ripresa per esteso in Progettazione dell'impianto, mentre i criteri caso per caso stanno in Come scegliere.

«Guida alla domotica moderna» di Angelo Pugliese, redatta con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale. Ultimo aggiornamento di questa pagina: .

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