Che cosa vuol dire clonare

«Clonare il disco di avvio del Mac» di Angelo Pugliese, redatta con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale. Ultimo aggiornamento di questa pagina: .

Quattro parole che vengono usate come sinonimi e indicano cose diverse, e la ragione tecnica per cui un disco può contenere tutto e non partire.

Prima di qualunque procedura conviene mettere ordine in quattro parole che nel parlato quotidiano si scambiano fra loro, e che indicano cose diverse. La confusione non è un vezzo lessicale: quasi tutte le delusioni in questo campo nascono dall'aver ottenuto una delle quattro credendo di averne ottenuta un'altra.

Copia, clone, backup, immagine

Una copia è il trasferimento di alcuni file da un posto a un altro. È ciò che si fa trascinando una cartella su una chiavetta. Non pretende di essere completa, e nessuno si aspetta che quella chiavetta avvii il computer.

Un clone è la copia di un disco fatta con l'intenzione di sostituirlo. La differenza sta tutta nell'intenzione: si vuole che al termine il secondo disco possa prendere il posto del primo. Se il primo disco era di avvio, il clone dovrà avviarsi.

Un backup conserva anche il passato. È la differenza che più spesso viene ignorata, e la più costosa: un clone rifatto ogni notte è una fotografia dello stato attuale, quindi un documento cancellato per sbaglio ieri sera sparisce anche dalla copia alla passata successiva, e un file rovinato da un programma difettoso viene fedelmente riprodotto. Un backup, invece, tiene le versioni precedenti. Clone e backup non si sostituiscono a vicenda: rispondono a due guasti diversi — la rottura del disco e l'errore umano — e chi ne ha uno solo è scoperto sull'altro.

Un'immagine disco è un disco intero chiuso dentro un file. Serve a farlo viaggiare, a conservarlo, a duplicarlo molte volte. È il formato dei programmi che si scaricano, quello dei floppy d'epoca, e il modo in cui oggi si mette al sicuro il contenuto di un disco di trent'anni prima che si smagnetizzi.

Da che cosa vi protegge, ciascuna

Il modo più rapido per capire perché servono tutte è chiedersi contro che cosa si sta lavorando. I guasti da cui ci si difende sono quattro, e nessuno strumento li copre tutti.

Che cosa succedeChe cosa vi salva
Il disco si rompe, o il computer viene rubato o smarritoQualunque copia recente e tenuta altrove
Cancellate un file per sbaglio, o un programma ne rovina uno, e ve ne accorgete dopo giorniSolo un backup che conserva il passato. Un clone, a quel punto, ha già ricopiato il danno
Un programma cifra tutti i vostri file e chiede un riscattoSolo una copia che in quel momento non era collegata, o che il programma non poteva riscrivere
Il sistema non parte più, ma il disco sta beneUn sistema di soccorso da cui avviarsi — non necessariamente una copia del vostro

La terza riga è quella che negli ultimi anni ha cambiato le carte in tavola, e merita una frase in più. Un disco di backup lasciato sempre attaccato al computer è, per un programma malevolo, un disco come un altro: viene cifrato insieme al resto, e la copia perfetta di ieri sera diventa illeggibile insieme all'originale.

Ne discende una regola che vale a prescindere dallo strumento scelto: almeno una copia deve stare scollegata, o fuori dalla portata del computer che protegge. È la ragione per cui, in azienda, si continua a girare i dischi anziché lasciarne uno inserito, e per cui una copia in rete conta solo se il computer non può cancellarla da solo.

Che cosa rende avviabile un disco

Ed eccoci alla domanda che regge tutta la guida. La risposta breve è che quello che rende avviabile un disco non è un file, e quindi non si copia copiando i file.

Quando un computer si accende non sa nulla: non sa che cosa sia un documento, una cartella o un sistema operativo. Sa fare una cosa sola, incisa in una memoria che sta dentro la macchina — leggere un punto preciso del disco e cominciare a eseguire quello che ci trova. Da lì parte una catena in cui ogni anello carica il successivo. Se un anello manca, la catena si ferma, e il disco che pure contiene ogni singolo file del sistema resta muto.

Confronto fra copia a file e copia a blocchi: la prima trasferisce i documenti ma lascia indietro i blocchi di avvio, la seconda riproduce il disco settore per settore e li porta con sé

I due modi di copiare

Da questa distinzione discendono i due modi in cui un disco si può copiare, e ognuno ha un mestiere che l'altro non sa fare.

La copia a file chiede al sistema l'elenco dei documenti e li trasferisce uno per uno. È quello che fa il Finder, ed è il modo giusto per i dati: può ripartire da dove si era interrotta, può copiare solo ciò che è cambiato dall'ultima volta — che su qualche centinaio di gigabyte significa dieci minuti invece di quattro ore — e non le importa se il disco di arrivo è più piccolo, purché i dati ci stiano. In compenso ignora tutto ciò che non è un file: la struttura del volume, i primi blocchi, il driver, le firme. Cioè, esattamente, ciò che serve ad avviarsi.

La copia a blocchi non passa dall'elenco dei file: legge il disco così com'è scritto, un settore dopo l'altro, e riscrive la stessa sequenza sull'altro. Non distingue un documento da un indice, e proprio per questo porta con sé anche ciò che il Finder non mostra. In cambio, nella sua forma più elementare copia pure lo spazio vuoto — un disco da 2 TB pieno per un decimo richiede comunque di leggere 2 TB — e pretende una destinazione grande almeno quanto la partenza.

Nella pratica gli strumenti seri non sono mai stati né l'uno né l'altro in purezza: copiano i file, e poi ricostruiscono a parte ciò che sta fuori dai file. È il motivo per cui un programma di clonazione è sempre stato qualcosa di più di un comando di copia, e il motivo per cui, quando Apple ha reso non ricostruibile quella parte, quei programmi si sono trovati senza mestiere.

La terza cosa che si copia: i metadati

Fra i file e la struttura del volume c'è un terzo strato che si perde con imbarazzante facilità, e che negli anni ha cambiato natura senza mai smettere di dare problemi.

Sui Mac classici erano i fork di risorsa: ogni file aveva due metà, i dati veri e propri e un contenitore separato con icone, finestre, suoni e a volte pezzi del programma stesso. Un sistema che non li conosceva copiava solo la prima metà, e il file arrivava a destinazione con la dimensione giusta e l'aria di stare bene, ma non funzionava. È il motivo per cui i file Mac, per anni, si sono spediti impacchettati in formati appositi.

Su macOS quel meccanismo è quasi scomparso, ma al suo posto ci sono permessi, elenchi di controllo degli accessi, attributi estesi, collegamenti simbolici e rigidi, e le bandierine della quarantena — quella che fa comparire «questo programma è stato scaricato da internet, vuoi davvero aprirlo?». Un programma di copia che li ignori produce una cartella che sembra identica e si comporta in modo diverso: applicazioni che non si aprono, permessi che impediscono l'accesso ai propri stessi documenti, collegamenti trasformati in copie che moltiplicano lo spazio occupato.

Le tre domande da farsi prima di cominciare

Da tutto quanto sopra discendono tre domande. Sembrano ovvie, e sono quelle che quasi nessuno si pone prima di lanciare la copia.

1. Che cosa voglio davvero: ripartire subito, o non perdere niente?

Sono due obiettivi diversi e si servono con strumenti diversi. «Ripartire subito» vuol dire un disco da cui accendere il computer entro pochi minuti dal guasto; «non perdere niente» vuol dire una copia dei dati con la loro storia, da cui recuperare anche ciò che è stato cancellato tre settimane fa. Come vedremo, sui Mac di oggi il primo obiettivo è diventato caro e fragile, mentre il secondo si raggiunge meglio di prima.

2. Che macchina è, e che sistema ha?

È la domanda che determina se quello che si sta per fare funzionerà. Fra un Mac del 1993, uno del 2010 e uno del 2023 non cambiano i dettagli: cambia quale delle operazioni descritte in questa guida è ancora possibile. Le pagine che seguono sono divise per epoca proprio per questo.

3. Come faccio a sapere che ha funzionato?

Una copia dichiarata riuscita da un programma è una copia che il programma crede riuscita. L'unica verifica che conta, per un disco che deve avviarsi, è accenderci il computer — e per una copia di dati, aprire qualche file vero. Alla pagina Come si fa, oggi le due prove sono descritte per esteso; qui basti dire che senza di esse tutto il lavoro descritto in questa guida vale zero.

«Clonare il disco di avvio del Mac» di Angelo Pugliese, redatta con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale. Ultimo aggiornamento di questa pagina: .

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